Diffamazione sui social: cos’è e come difendersi

L’accessibilità di internet e dei social network ha dato un’accelerazione enorme alla diffusione delle informazioni ma, allo stesso tempo, ha cambiato le modalità di comunicazione. Sono sempre di più i casi in cui su internet i toni risultano aspri e il linguaggio tende a essere aggressivo, offensivo o totalmente fuori luogo. In un panorama del genere, uno dei reati su internet più comuni ai danni di aziende o professionisti è la diffamazione sui social: ossia un soggetto fa un commento, pubblica un post, lascia un feedback, diffonde un’immagine o un video con l’intento di denigrare l’azienda o il singolo agli occhi della collettività.

Probabilmente hai già sentito parlare dei cosiddetti “leoni da tastiera” e degli “haters”.

Si tratta di utenti del web che tendono a utilizzare toni aggressivi e denigratori nei confronti di altre persone, brand o aziende. Spesso in forma anonima, queste figure agiscono pensando che internet sia una sorta di terra di nessuno, in cui non si corre il rischio di denunce o di ritorsioni. Purtroppo, oltre a chi occupa queste posizioni estreme, sono molte le persone che concepiscono il web in maniera impropria, con la sensazione di poter utilizzare Facebook, Instagram, Linkedin o Tik Tok, a proprio piacimento. 

La realtà, però, è ben diversa e la libertà di espressione individuale deve conciliarsi con gli altri diritti fondamentali della persona, tra cui il diritto alla reputazione, cioè il diritto ad avere una buona considerazione della propria persona da parte del mondo esterno. Questo è lo scopo del diritto dell’informazione e della comunicazione.

Quindi, è utile che tu sappia che, se qualcuno commenta i tuoi post personali o i contenuti delle tue pagine aziendali in maniera denigratoria e con lo scopo di danneggiare la tua immagine, puoi presentare una querela e richiedere un risarcimento dei danni subiti

Insomma, è possibile difendersi dai commenti denigratori perché la diffamazione sui social costituisce reato. Basta rivolgersi a uno studio legale esperto in diritto del digitale come il nostro per salvaguardare la propria immagine.

Andiamo ad approfondire. 

Cosa si intende per diffamazione

Per comprendere quando si commette il reato di diffamazione è indispensabile approfondire il concetto di reputazione.

La reputazione è un diritto soggettivo che consiste nel credito sociale, nell’opinione e nella considerazione di cui gode la persona nel contesto in cui vive e lavora. La tutela della reputazione ha i suoi fondamenti giuridici negli articoli 2 e 3 della Costituzione, dove si parla di tutela della persona umana in tutti i suoi aspetti.

Quello di reputazione è un concetto che si applica anche alle persone giuridiche, ovvero a enti, organizzazioni e imprese. In questo caso si parla di reputazione aziendale in riferimento all’opinione che i consumatori, i clienti, i fornitori e gli stakeholder hanno dell’azienda. L’azienda subisce un danno d’immagine quando qualcuno va a ledere il suo diritto all’immagine attraverso espressioni ingiuriose e offensive. Il comportamento diffamatorio nei confronti di un’azienda o di un’organizzazione può essere messo in atto da un dipendente, da un cliente o da una persona che non ha nessun legame con l’azienda.

La diffamazione è prevista dall’art. 595 del c.p. e consiste nella lesione della reputazione altrui, che può essere reputazione personale, reputazione professionale e reputazione aziendale, attraverso la comunicazione a più persone. Per decoro professionale si intende l’immagine di cui gode il soggetto nel suo contesto lavorativo grazie alle sue qualità professionali. Affinché venga riconosciuto il reato di diffamazione, l’espressione offensiva deve essere indirizzata nei confronti di una persona non presente.

La diffamazione sui social è assimilata alla fattispecie aggravata della diffamazione a mezzo stampa prevista dall’art. 595, comma 3, c.p. ed è uno dei casi in cui sono previste sanzioni più severe. Secondo l’ex art. 2043 del c.c., qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona  ad  altri  un  danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno. Di conseguenza, anche le vittime di diffamazione hanno diritto al risarcimento del danno e chi commette il reato può essere soggetto alle sanzioni penali previste dall’art. 595 c.p. per il reato di diffamazione.

Quando si configura la diffamazione sui social

La diffamazione sui social si configura quando sono presenti determinati requisiti oggettivi e soggettivi, come stabilito dall’art. 595 c.p. Dal punto di vista oggettivo, la condotta diffamante si realizza attraverso l’offesa alla reputazione di una persona in assenza della stessa, utilizzando qualsiasi mezzo di comunicazione idoneo a raggiungere più persone. Nel contesto dei social media, ciò avviene frequentemente tramite post, commenti, video o qualsiasi contenuto digitale che possa essere visto, letto o ascoltato da almeno due persone.

Dal punto di vista soggettivo, psicologico, affinché si configuri il reato di diffamazione, è necessario che l’autore agisca con dolo, cioè con la consapevolezza di utilizzare espressioni offensive capaci di ledere la reputazione altrui. Il dolo può essere anche solo generico, quindi non è necessario che vi sia un’intenzione specifica di offendere, ma basta la consapevolezza che le parole o i contenuti pubblicati possano astrattamente essere lesivi della reputazione del soggetto passivo. Si tratta di un reato di pericolo.

Nei social media, questa consapevolezza è spesso implicita, dato il vasto pubblico potenziale e la natura permanente delle pubblicazioni online. Anche il dolo eventuale è sufficiente per configurare il reato, ossia la previsione e l’accettazione del rischio che le proprie espressioni possano danneggiare la reputazione di qualcuno. Pertanto, ogni volta che un utente dei social media pubblica contenuti offensivi, diffamatori, senza curarsi delle possibili conseguenze lesive per la reputazione di altri, si può configurare il reato di diffamazione, con le relative conseguenze penali e civili.

Esempi di diffamazione sui social

I casi di diffamazione sui social network sono all’ordine del giorno, purtroppo. Per averne degli esempi concreti è sufficiente soffermarsi sulle pagine o sui profili social di qualche politico, di qualche influencer bersaglio d’odio o di aziende che hanno collaborato con queste, di alcuni siti e-commerce o di aziende note e dalla fama discutibile.

Gli influencer, soprattutto quelli con un gran numero di follower, sono dei soggetti particolarmente esposti agli attacchi sui social. Nei confronti delle influencer di sesso femminile è molto comune che ci siano commenti sessisti o ingiuriosi.

Tuttavia, anche gli influencer stessi possono commettere il reato di diffamazione. Pensiamo ai video di deinfluencer su Tik Tok, influencer che suggeriscono di non acquistare determinati prodotti. Quando questi creano video per denigrare appositamente un’azienda e i prodotti o i servizi offerti da questa, possono mettere in atto il reato di diffamazione quando ricorrono gli elementi costitutivi del reato.

Altri esempi di diffamazione su Facebook, Instagram o Linkedin sono particolarmente comuni sulle pagine dei politici, accusati periodicamente di essere “ladri”, “corrotti” o “truffatori”.

Le espressioni diffamatorie sono presenti anche sulle bacheche di molte aziende, dove i consumatori tendono ad esprimere le proprie opinioni rispetto all’etica, alle scelte o a prodotti e servizi del brand. Le aziende, soprattutto quelle con una presenza online, spesso sono vittime di diffamazione nei feedback dei clienti insoddisfatti.

Per quanto riguarda gli enti pubblici, è comune che attirino le critiche di utenti frustrati e arrabbiati per la gestione dei diversi servizi.

Quando un post è diffamatorio

Secondo la giurisprudenza, un post diffamatorio ha dei requisiti ben precisi:

  • rende individuabile la persona: il reato di diffamazione si verifica quando la persona oggetto dell’offesa risulta individuabile. Non è necessario, dunque, che nell’ingiuria si faccia nome e cognome dell’interessato. È sufficiente che il post contenga elementi tali che riconducono gli altri utenti all’identità dell’offeso (le circostanze narrate, i riferimenti personali, i riferimenti temporali, i fatti);
  • ha il potenziale per diffondere e pubblicizzare la comunicazione denigratoria: si configura il reato di diffamazione sui social nel momento in cui il contenuto viene pubblicato, a prescindere dalle visualizzazioni. I social network, infatti, hanno il potenziale per raggiungere un numero indefinito di persone e possono diffondere e amplificare l’offesa in maniera esponenziale. Per questo motivo, la diffamazione a mezzo social viene considerata diffamazione aggravata;
  • determina un danno alla reputazione del soggetto: il post sui social è diffamatorio se lede l’immagine, l’identità personale o professionale di una persona o danneggia l’immagine aziendale;
  • non può essere assimilabile a una critica: la Costituzione tutela la libera espressione e la manifestazione del libero pensiero, tra cui rientra anche il diritto di critica e il diritto di cronaca, nel caso di giornalisti. Per essere un contenuto giustificato da questi diritti e non essere diffamatorio, devono sussistere tre requisiti: veridicità dei fatti, continenza e interesse sociale alla conoscenza. Cioè la critica, secondo le interpretazioni della Cassazione, presuppone in ogni caso un riscontro fattuale oggettivo (veridicità dei fatti), una manifestazione del pensiero proporzionata, corretta (continenza) e funzionale alla conoscenza sociale e non meramente aggressiva dell’altrui reputazione, senza un fine utile agli altri (interesse sociale alla conoscenza). In ogni caso, il giudice è chiamato innanzitutto a valutare la portata offensiva delle frasi ritenute diffamatorie, valutando se può sussistere o meno una lesione alla reputazione della persona o dell’azienda offesa dalla diffamazione sui social. 

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Differenza tra diffamazione e ingiuria sui social

Spesso si confondeva il reato di diffamazione con l’ingiuria, oggi depenalizzato e rimasto un illecito con conseguenze dal punto di vista civile e non penale.

Prima dell’abrogazione dell’art. 594 c.p. l’ingiuria descriveva un reato in cui le offese venivano pronunciate in presenza della vittima e non è necessario che vi siano testimoni. 

Al contrario, si parla di diffamazione quando si offende la reputazione di una persona non presente (o di un’azienda) in maniera scritta, verbale o tramite mezzi telematici di fronte ad almeno due persone. 

Le conseguenze per chi commette ingiuria o diffamazione sono diverse, in considerazione della natura penale della diffamazione. Infatti, mentre chi commette il reato della diffamazione dovrà rispondere con le sanzioni penali previste oltre al risarcimento del danno alla persona offesa, l’ingiuria rimane un illecito civile, per cui la conseguenza rimane il solo risarcimento del danno.

Differenza tra diffamazione e calunnia sui social

Altro reato che spesso si confonde con il reato di diffamazione è il reato della calunnia.

Si tratta di fattispecie diverse e dirette a tutelare un bene giuridico diverso: la diffamazione preserva la reputazione di una persona non presente (o di un’azienda): la calunnia, invece, vuole garantire il corretto funzionamento della giustizia per evitare che false accuse vengano dirette all’Autorità Giudiziaria contro persone o aziende innocenti. 

Infatti la calunnia, prevista dall’art. 368 c.p. , consiste nell’accusare falsamente qualcuno di un reato sapendo che è innocente, con l’intento di farlo perseguire penalmente. Si tratta di un reato molto più grave della diffamazione in quanto accusare falsamente qualcuno di aver commesso un reato non solo danneggia gravemente la reputazione della vittima, ma può arrecare a questa anche gravi conseguenze legali, come la limitazione della libertà personale.

Quindi per sintetizzare qual è la differenza tra diffamazione e calunnia possiamo dire che la diffamazione è un’offesa alla reputazione mentre la calunnia è la falsa accusa mossa all’Autorità Giudiziaria, come una querela, per denunciare la commissione di un reato da parte di una persona che invece si sa essere innocente.

Come difendersi in caso di diffamazione sui social

Ribadiamo da un assunto fondamentale: la diffamazione sui social è reato.

Dunque, se trovi commenti offensivi nei confronti della tua reputazione o della tua azienda puoi agire legalmente. Il modo migliore per difendersi è quello di rivolgersi ad un avvocato specializzato in diritto di internet e depositare una querela ai carabinieri o alla Procura della Repubblica.

La Procura può decidere se andare avanti con il processo vero e proprio o archiviare le indagini. Nel caso in cui la procura decidesse di andare a processo, la persona offesa dovrebbe costituirsi parte civile e richiedere anche il risarcimento del danno.

Ricorda che il termine massimo per proporre una querela è di tre mesi dal momento in cui ha avuto notizia del reato diffamatorio. Oltre questo termine, pur non potendo agire dal punto di vista penale, la vittima può comunque richiedere al giudice civile il risarcimento dei danni subiti dal reato di diffamazione.

Come si dimostra il reato di diffamazione sui social?

Considera che l’atteggiamento diffamatorio va dimostrato. Dunque, è essenziale avere delle prove da allegare alla querela. Gli screenshot dei commenti offensivi sono particolarmente importanti, soprattutto perché i commenti sui social possono essere anche rimossi successivamente. 

Nella querela va indicato il nome della persona responsabile della diffamazione

E se la persona utilizza un nickname come si fa a sporgere la denuncia?

Se non si conosce il nome, si dovrà far riferimento al suo numero identificativo dell’account (il codice ID) e all’indirizzo da cui è stata stabilita la connessione a internet (l’indirizzo IP). 

Le Forze dell’Ordine possono avviare delle indagini per capire a chi appartiene il nickname del profilo. Il nickname è sufficiente per la querela nel momento in cui le espressioni diffamatorie possono essere associate indiscutibilmente al titolare dell’account.

Messaggi privati: non c’è il reato di diffamazione

E se i messaggi offensivi vengono inviati su Messenger, su WhatsApp, tramite sms o via email?

È molto frequente che le persone utilizzino la posta o i sistemi di messaggistica privata per inviare messaggi offensivi. In questo caso, bisogna valutare le modalità con cui si utilizzano i social.

Nel caso in cui le comunicazioni vengono inviate ad un soggetto alla volta non si configura il reato di diffamazione ma di ingiuria, come ribadito dalla sentenza n. 5701/2024 della Corte di Cassazione. Nelle comunicazioni one-to-one, infatti, manca il requisito dell’invio diretto a più persone.

Messaggi diffamatori su gruppi WhatsApp

Diverso è se la comunicazione offensiva avviene all’interno di un gruppo Whatsapp e Facebook o se in copia all’email ci sono altri destinatari. Se la persona non è online al momento della pubblicazione delle frasi offensive su un gruppo condiviso, si configura in ogni caso il reato di diffamazione. Ciò che viene considerato, infatti, è la conoscenza delle frasi offensive in tempo reale da parte dell’interessato e degli altri membri del gruppo (sentenza n. 409/2024 della Corte di Cassazione).

Tra l’altro è interessante sapere che la Corte Cassazione ha stabilito che si configura il reato di diffamazione aggravata a mezzo internet anche se tra i destinatari dell’email compare il nome dell’interessato. 

Le sanzioni per diffamazione sui social

La legge prevede sanzioni molto severe per chi commette il reato di diffamazione sui social. In caso di commenti offensivi su Facebook, Instagram, TikTok o Linkedin, si va da sanzioni pecuniarie fino alla reclusione.

Per quanto riguarda il risarcimento dei danni per diffamazione, l’ammontare viene stabilito dai giudici a seconda delle prove e della reputazione del danneggiato (reputazione personale, professionale o brand reputation).

Orientativamente, le sanzioni pecuniarie vanno dai 1000 € ai 50.000 € a seconda della gravità della lesione, che può essere tenue, modesta, media ed elevata.

Per quanto riguarda le pene, invece, è prevista anche la reclusione da uno a tre anni

Inoltre, al diffamatore spetta il pagamento delle spese legali della parte civile e quelle dovute all’avvocato difensore.

Rivolgiti a Ecommerce Legale in caso di commenti denigratori

Hai notato commenti denigratori sotto i tuo post? Pensi che il tuo brand sia vittima di diffamazione sui social?

Non puoi far finta di niente e aspettare che le persone smettano di fare commenti offensivi sui social. Purtroppo, una condotta del genere può inficiare la tua immagine aziendale, professionale o personale. E questo, oltre a rappresentare un fastidio, va a danneggiare la tua brand reputation o la tua immagine professionale, creando danni economici anche ingenti.

Se vuoi tutelare la tua reputazione online e offline, rivolgiti ai nostri avvocati. Ecommerce legale è il miglior studio legale digitale, specializzato proprio in diritto di internet. E ricorda: la tua brand reputation è uno dei beni più preziosi che hai, sia dal punto di vista economico che sociale, e va protetta da ogni tipo di attacco. Fissa ora la tua call e raccontaci il tuo caso.

Floriana Capone

L’Avvocato dell’Ecommerce

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